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il Canto dell'arpista

Componimento del Primo Periodo Intermedio (~2200-2000 a.C.)
versione (
e note al testo) di Edda Bresciani:
"Canto che si trova nella tomba di Antef e che sta davanti all’arpista.
E’ il testamento di quel buon sovrano, dal felice destino."

Periscono le generazioni e passano,
altre stanno al loro posto, dal tempo degli antenati:
i re che esistettero un tempo
riposano nelle loro piramidi,
son seppelliti nelle loro tombe
i nobili e i glorificati egualmente.
Quelli che han costruito edifici,
di cui le sedi più non esistono,
cosa è avvenuto di loro?

Ho udito le parole
di Imhotep e di Hergedef,
che moltissimi sono citati nei loro detti:
che sono divenute le loro sedi?
I muri sono caduti
le loro sedi non ci sono più,
come se mai fossero esistite.


Però gli archeologi sono tanto fermamente convinti del contrario
che attribuiscono queste funzioni agli edifici che trovano in prossimità
dei luoghi indicati da iscrizioni come quella di questo papiro.


Nessuno viene di là,
che ci dica la loro condizione,
che riferisca i loro bisogni,
che tranquillizzi il nostro cuore,
finché giungiamo a quel luogo
dove sono andati essi.


Nessuno ritorna indietro per raccontare di che si tratta

Rallegra il tuo cuore:
ti è salutare l’oblio.
Segui il tuo cuore
fintanto che vivi!

Metti mirra sul tuo capo,
vestiti di lino fine,
profumato di vere meraviglie
che fan parte dell’offerta divina.

Aumenta la tua felicità,
che non languisca il tuo cuore.
Segui il tuo cuore e la tua felicità,
compi il tuo destino sulla terra.
Non affannare il tuo cuore,
finché venga per te quel giorno della lamentazione [funebre].
Ma non ode la loro lamentazione
colui che ha il cuore stanco *
i loro pianti,
non salvano nessuno dalla tomba.

Pensaci,
passa un giorno felice
e non te ne stancare.

Vedi, non c’è chi porta con sé i propri beni,
vedi, non torna chi se n’è andato.
Come volevasi dimostrare.

* la curatrice della versione tradotta dal geroglifico in italiano
aggiunge che l’espressione “cuore stanco” potrebbe essere un appellativo di Osiri,
il dio dei morti, quindi riferirsi ai defunti.
Però, secondo me, potrebbe indicare uno stato d’animo oppresso,
che non fa godere della vita. ( Edda Bresciani).

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