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Le avventure di Sinuhe

versione di Edda Bresciani

Le avventure di Sinuhe è una tra le opere più importanti della letteratura dell'Antico Egitto, sicuramente la più conosciuta. Risale al periodo del Regno Medio e fu scritta da un autore ignoto.
Questa opera divenne un classico già nell'antico Egitto, dato che poco tempo dopo la sua stesura venne inserito nelle scuole come materiale letterario di studio, ed ecco la ragione degli innumerevoli ostraka, ossia cocci e pietre su cui venivano incise storie a scopo didattico, rintracciati.
Uno dei racconti più famosi della letteratura egizia, con una struttura complessa che fonde armonicamente prosa e poesia. Il personaggio di Sinuhe è rimasto popolare fino ai nostri giorni, tanto che è diventato protagonista di romanzi e di film.

Il protagonista è un alto funzionario di corte, al tempo del faraone Sesostri. Venuto a conoscenza di una imminente congiura di palazzo, per non essere coinvolto fugge e inizia a peregrinare in vari paesi, dove vive mirabolanti avventure. Giunge finalmente in Siria, dove il principe di Qedem gli dà in sposa la figlia. Ecco come descrive questo paese e la sua vita.

Allora mi disse:
“Dunque l’Egitto sta bene, poiché sa che egli è forte. Ecco, tu sei qui e starai con me. È bello quello che farò per te!”

Mi mise avanti ai suoi figli e mi sposò alla sua figlia maggiore. Mi fece scegliere per me, nel suo paese, del meglio che possedesse, sul suo confine con un altro paese. Era una bella terra, Iaa è il suo nome: vi erano fichi e uva, il vino vi era più abbondante dell’acqua. Molto era il suo miele, abbondante il suo olio; ogni specie di frutta era sui suoi alberi. C’era orzo e frumento, e bestiame di ogni tipo, senza numero.

Ebbi grandi privilegi, invero, per l’amore che si aveva verso di me. Mi fece capo di una tribù, una fra quelle più scelte del suo paese. Mi si facevano viveri, e minestra e vino tutti i giorni, carne cotta e uccelli arrostiti, oltre agli animali del deserto, perché si prendeva per me in trappola e si prendeva per me con la rete, senza contare quello che i miei cani mi riportavano. Si facevano per me vitelli numerosi e latte era in tutto ciò che si cuoceva.

Trascorsi molti anni, i miei figli divennero forti, ciascuno a capo della sua tribù.

Il messaggero che discendeva verso nord e risaliva verso sud, verso la Residenza, si fermava presso di me, perché io facevo fermare tutti. Davo acqua all’assetato, rimettevo sulla strada chi si era smarrito, soccorrevo chi era stato derubato.
Quando i beduini si indussero a opporsi ai capi dei paesi stranieri, io consigliai i loro movimenti, perché questo principe di Retenu mi fece passare un gran numero di anni come comandante del suo esercito.

Ogni paese straniero contro cui marciai, quando feci su esso il mio assalto, fu allontanato dai suoi pascoli, dai suoi pozzi, catturai il suo bestiame, condussi via i suoi abitanti, presi le sue provviste, uccisi la gente che vi si trovava con il mio braccio, con il mio arco, con i miei movimenti, con i miei piani eccellenti.

Io ero stimato nel suo cuore, egli mi amava perché aveva riconosciuto che ero coraggioso. Mi mise avanti ai suoi figli, perché avevo visto che era forte il mio braccio.

Venne un forte di Retenu e mi sfidò nella mia tenda.
Era un valoroso senza eguali e aveva vinto intero il paese di Retenu.
Diceva che avrebbe lottato con me, intendeva spogliarmi e si proponeva di portarmi via il mio bestiame, per consiglio della sua tribù.

Quel principe ne discusse con me e io dissi:
“Io non lo conosco, non sono certamente suo congiunto, sicché possa aver accesso al mio accampamento. Ho io mai aperto la sua porta o abbattuto i suoi muri? È invidia, perché mi vede eseguire i tuoi ordini. Davvero, io sono come un toro di una mandria errante in mezzo a un’altra mandria, e lo assalta il toro di quest’ultima mandria, un bove dalle lunghe corna si precipita sopra di lui.
C’è forse un uomo di umile nascita che sia amato, una volta divenuto un capo? Non c’è straniero che faccia alleanza con un uomo del Delta: chi potrebbe fissare un papiro alla roccia? Forse che un toro, che ama lottare con un toro da combattimento, vorrà volgere le spalle per paura che quello lo eguagli?
Se il suo cuore desidera combattere, dica ciò che vuole.
Forse che dio ignora ciò che gli è destinato, oppure invece conosce come stanno le cose?”

Passai la notte a piegare il mio arco, a lanciare le frecce, a estrarre la mia spada, a forbire le mie armi. Quando fu giorno erano arrivati i Retenu: aveva riunito le sue tribù, aveva radunato i paesi di una sua metà, era fortemente interessato a questo combattimento.

Venne verso di me che stavo fermo e mi ero posto presso di lui.
Ogni cuore ardeva per me: le donne e gli uomini sospiravano, tutti i cuori soffrivano per me. Dicevano:
“C’è forse un altro forte che combatta contro di lui?”

Egli levò il suo scudo, la sua ascia e la sua bracciata di giavellotti.
Ma io sfuggii alle sue armi, feci che passassero vicino a me le sue frecce, fino all’ultima, una dopo l’altra. Allora si lanciò su di me, ma io lo trafissi e la mia freccia stava infissa nel suo collo. Gridò e cadde sul suo naso. Lo abbattei con la sua stessa ascia e lanciai sul suo dorso il mio grido di vittoria mentre ogni asiatico lanciava acclamazioni.

Resi grazie a Monto, mentre la sua gente si lamentava sopra di lui.
Quel principe Amunenesci mi strinse tra le braccia.

Io portai via le sue cose, mi impadronii del suo bestiame e ciò che aveva pensato di fare a me, lo feci io a lui. Presi ciò che era nella sua tenda, depredai il suo accampamento. Divenne importante per ciò, ricco nel mio tesoro, abbondante nel mio bestiame.


 

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